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Interviews and texts

Gianfranco Maraniello

Ha perso di vista quel che gli sta intorno. Nemmeno avverte il fastidio dei sassolini acuminati sui quali poggia la mano destra, sostegno di tutto il corpo leggermente inclinato alla ricerca della posizione più comoda per restare seduto e assorto nella lettura. La coscia del ragazzo fa da cuscino per la testa di una donna che può dormire tranquilla confidando (erroneamente) nella vigilanza del proprio compagno. In primo piano c’è una bicicletta, di plastica, proprio come quella sorta di attaccapanni che aiuta il ragazzo a non sbilanciare la propria schiena. Poco distante qualcuno, girato di spalle, sembra essere sul punto di alzarsi dalla sedia. Lo sfondo è sfuocato e in lontananza si scorgono degli alberi, forse una gru e una piattaforma che disegnano un paesaggio industriale. Strano posto per una romantica gita fuori porta…
Eppure la composizione è equilibrata. L’immagine è plausibile, ma straniante. Non c’è un’evidente relazione tra i personaggi, né pare sensata la loro collocazione in quel luogo desolato. Paiono precipitati in un contesto alieno senza essersene ancora resi conto, immersi nei pensieri suscitati dalla lettura o presi dal loro sonno. Sono in realtà sognatori e lettori sorpresi da una macchina fotografica che li ha spiati e ne ha rubato l’intimità e la naturalezza. Mai soggetti in posa, ma persone ritratte nella quotidianità — e a loro insaputa — dall’obiettivo di Loris Cecchini. Diventano così il materiale per le sue composizioni, elementi da assemblare assieme a modellini giocattolo e piccoli oggetti per realizzare paesaggi immaginari. Da sognatori a pretesti delle fantasie — oniriche o meno — dell’artista. Sono sorpresi dal suo sguardo che si impadronisce del banale vivere collocandolo in un contesto in cui l’agire perde di senso. Qualcosa di simile a un collage dadaista, un volere insinuare un elemento irrazionale nell’ordinario fluire degli eventi secondo un serissimo gioco che sospende le nostre pratiche.
Non si sta seduti sull’ala di un aereo a contemplare un grande schermo bianco, né pare opportuno quel tenersi in piedi, in cima a un cumulo di mobili, come se si stesse attendendo chissà cosa. Le scene di Loris Cecchini sono dei paradossi: attese dell’imprevedibile, azioni in sospeso, composizioni ordinate, ma insensate. Emerge una logica dell’assurdo, una strategia che non si limita a una divertita decontestualizzazione dei suoi protagonisti, ma sollecita a guardarci nella nostra nudità, a riconoscerci senza l’aura familiare dei luoghi e la rassicurante maneggiabilità dei nostri strumenti e dei nostri possessi. I personaggi di queste fotografie hanno perduto il mondo, sono isolati, come se un naufragio li avesse portati in contesti inospitali. Non possono nemmeno dialogare, guardarsi negli occhi e rispecchiarsi reciprocamente. Sono tutti distratti, apatici e spesso non condividono neanche lo stesso tempo, come in quella foto in cui una coppia indossa abiti invernali e pare rivolgersi a una ragazzina in costume da bagno. Sono presenze estranee a loro stesse che abitano ineluttabilmente lo spazio scenico allestito dall’artista per realizzare immagini prive di ogni contenuto narrativo.
Sembrerebbero quadri drammatici. Eppure ci si accosta ad essi invitati da una certo senso di leggerezza e giocosità. Vi è infatti un’evidente dimensione ludica conseguente a quel processo di miniaturizzazione che Cecchini opera per fare vivere i suoi protagonisti in quei teatrini allestiti utilizzando modellini e materiali per plastici. L’artista sembra giocare con i protagonisti delle proprie foto come se fossero soldatini e costruisce scenari improbabili. Ma la seduzione delle sue stampe e dei lightboxes, la precisione e l’alta qualità delle sue immagini rapiscono l’attenzione dello spettatore per poi portarlo a constatare che quei dialoghi impossibili e quell’agire insensato sono caratteristici di ogni uomo. La costruzione dei paesaggi di Cecchini è in realtà una decostruzione delle certezze del sapere tecnico-scientifico in cui ogni cosa è in vista di altro: è qualcosa da agire, da praticare, da produrre, da consumare. L’artista obbliga invece a un arresto e a una sospensione di questo mondo che rinvia sempre altrove. Il suo giocare è per noi un guadagno di consapevolezza, un soffermarci su un fare non finalizzato e che ci costringe a restare presso noi stessi. Osservare la stasi delle scene di Cecchini significa dunque attivare uno sguardo introspettivo, riconoscersi come momentaneamente privati della possibilità di azione e di dialogo. E ciò non va considerato in una prospettiva solipsistica, ma come un radicale tentativo di mettere in evidenza la mancanza di fondamento di ogni agire umano e il carattere di costruzione del nostro vivere.
Una tale lavoro comporta una destrutturazione del mondo, una vera e propria demolizione. I personaggi di Cecchini, infatti, si muovono tra le macerie, rovine di quei paesaggi industriali ridotti a detriti e polvere. Tutto si è sfaldato, come nelle sue sculture flosce, intrattenibili per mani che tentano di utilizzare quegli oggetti in gomma richiamati a terra dalla forza della gravità. Ed è vano il tentativo di spazzare vie le pietre, come fa, armato di scopa, un uomo ai piedi di uno scivolo, mentre in lontananza qualcuno termina la propria discesa col paracadute.
L’artista gioca dunque con i frammenti di un mondo sgretolatosi, ma non si arrende al nichilismo della decostruzione. Recupera tutti i materiali a disposizione e, tra questi, quel ready-made costituito dalle figure umane. Allontanandosi dal mito dell’artista-creatore, Cecchini è piuttosto un demiurgo che conferisce ordine al già esistente. E in questa palingenesi l’arte si dimostra una valida ipotesi di salvezza dalla nostra impotenza.