Interviews and texts

LORIS CECCHINI
Monologue Patterns

“Trasfigurazione” per Loris Cecchini è un imperativo ed è un termine che si riconnette ad un senso antico di transito da uno stato dell’apparenza ad un altro. Lo stato di partenza è quello delle cose così come noi le riconosciamo, le cose facenti parte di quel casellario di oggetti vincolati ad una funzione da una forma; l’altro, quale punto d’arrivo, è una ri - definizione che l’artista opera dopo aver constatato l’obsolescenza del suddetto legame e dopo aver scoperto un nuovo rapporto di dominazione, del tutto simbolico, capace di far emergere da uno stato di malinconico abbandono una modernità quiescente e deformata.
La realtà è talvolta vista da una lente aberrante che potrebbe assomigliare alla soglia di un mondo fantastico, desolato ed inconsistente, una landa popolata da qualità molli, dove stanziano surreali presenze prive di un rigore primitivo. In un labirinto, che pare saltato fuori da un libro di Carroll, un racconto spiazzante si dipana attraverso usci sinuosi, una infilata di ambiti diversi, quasi un repertorio di porte in grigio neutro, una sequenza di riproduzioni monocrome tra cui ritroviamo inevitabilmente un’immagine famigliare. Ritrarre pedissequamente il reale? No, per Cecchini si deve stabilire un memento mori del corpo solido delle cose che non ha nulla di tragico e pessimistico, poiché l’arte, in tal caso, ci mette in guardia di continuo sullo stato transitorio delle cose, minando la rigida gerarchia degli oggetti, la loro sistemazione nella scala dell’utilità è messa in gioco nello stesso modo in cui ogni cosa può esser ritrattata secondo gli schemi assurdi della fantasia, mescolata nel disordine imprevisto dalla liquidità degli eventi.
Ecco perché i grumosi, bianchi involucri delle Carchitectures di Cecchini sono superfici nebulizzate fatte di piccoli vettori d’immaginario, nicchie isolate dove si sospende ogni contiguità con i comandi di un’autovettura, vani in cui l’occhio s’avventura per riconoscere lo stato di “congelamento” della moderna efficienza, fossilizzata sotto una patina uniforme di gomma uretanica che rende il tecnologico paleologico.
Una volta compromesso lo stato di apparenza delle cose note si può attingere ad una nuova utopia in cui non vale più nemmeno l’intricante ri - contestualizzazione; ecco, quindi, che il lavoro si fa più interessante. Se infatti l’artista ha utilizzato finora gli oggetti del quotidiano e ha rappresentato nelle foto ambientazioni di sparuta umanità, ora, con un notevole scatto concettuale si distacca dalla generazione dei “Novanta”, ancora persa nella giungla neo – pop, rimbambita dalle luci di Light - Box e Video.
Cecchini, ha acquistato una posizione autonoma, una maturità estratta dalla sfida con l’architettura e il Design. Cecchini ora non commenta più uno stato di crisi, non è più una sfida a cogliere le vestigia di un passato splendore nella desolante visione della solitudine, l’attività di Cecchini pare rivolgersi ad un grande progetto dal sapore d’utopia, un atteggiamento comunque propositivo. La proposta è tutta in quei Monologue Patterns che oltre ad essere vere e proprie unità abitative sono delle generiche visioni di spazio. Cecchini partendo da Sonar, la casa della musica di Colle Val d’Elsa, ha intrecciato con l’architettura una singolar tenzone dimostrandosi in diverse occasioni all’altezza della situazione tanto da far presente al pubblico quanto possa ritenersi riaperto il discorso sull’artista totale.
André Chastel definì l’artista rinascimentale Artifex polytechnes possessore di quella dote che Marsilio Ficino riteneva tipica dei “mercuriali” che è la capacità di far uso della ratio per affrontare problemi di ingegneria, idraulica, architettura, pittura e scultura. Con la scelta di ridisegnare i confini ad uno spazio praticabile, la grande opera di Loris Cecchini che occupava il centro della sala del Teatro della Galleria Continua, è a tutti gli effetti, una riorganizzazione del luogo mutuata dall’antica esigenza di dare allo spazio una forma simbolica così come fu la prospettiva centrale. Ecco che sono più chiare le linee ondulate di un orizzonte digitale o i solidi formati al computer che scorrono nel video ed è altrettanto chiara l’idea di fornire un esempio di come può variare la percezione della “stanza vuota” dal momento in cui s’alza la polvere al suo interno.
È, infatti, il video A. E. R. O. S. O. L. a metterci davanti all’ipotesi di un volume di luce che possa definirsi quale unico responsabile della sparizione di ogni profondità di riferimento. L’aria assume quindi uno spessore? Sì, lo stesso spessore che ingabbia l’occhio nella grande struttura “aperta” di Loris Cecchini forzandolo in una rifrazione spiazzante capace di produrre sdoppiamenti e opalescenze, in modo che le figure degli avventori diventino fantasmi catturati dietro e “dentro” le superfici di O. L. F. In un orizzonte curvo che rende instabile ogni certezza cartesiana, decade persino quell’immagine dell’uomo in balia dello spettacolo quotidiano a cui ci ha abituato la falsa coscienza post moderna, si riaffaccia pertanto un nuovo progetto moderno ora inteso per il singolo, non per una intera società. In Cecchini la funzionalità sembra estendersi al sogno. Nell’ipotetica cattura degli ambiti abitualmente ritenuti inconsistenti e difficilmente descrivibili all’interno del progetto, Cecchini sfrutta la grammatica di due superfici ottiche in cui il reale viene mappato da una gabbia spaziale e offerto su uno schermo che ne altera la percezione, ci offre una dimensione architettonica esemplare. In Architettura se le forme impure, la geometria sgemba, gli angoli non retti, le diagonali e i volumi contorti hanno caratterizzato il linguaggio decostruttivista e dichiaratamente prosaico, riformando un’architettura ormai priva di sintesi, il lavoro dell’artista ora può svicolare dalla crisi elevandola a valore per cui, dando per scontata la componente emotiva e ludica della progettazione, egli ritrova l’antico traguardo dell’organizzazione spaziale e riscopre un luogo mentale edulcorandolo dagli scarti del presente. L’opera di Loris Cecchini, infatti, è una specie di percorso neoplatonico verso l’idea e la sua luce, un percorso lungo il quale ci si imbatte nei gusci vuoti del quotidiano, nelle scorie di una produzione seriale che è stata elevata a simbolo culturale di un era. Dall’abitazione in miniatura, plastico di una struttura materialmente realizzabile si arriva ai puri progetti su gomma uretanica incisa, disegni di un luogo abitabile solamente col pensiero. Vedendo questo suo lavoro si desidera conoscere i progetti futuri.

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[b]L’invisibile nell’opera di Loris Cecchini
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1) Crisi irrisolta dell’architettura e dell’oggetto
dalla fermezza temporale dell’architettura occidentale che proprio sulla colonna fonda l’idea di imperitura solidità, alla sua mobilità che la rende sempre più vicina all’annientamento. Hegel, usando la storia della colonna, spiega l’affermarsi delle nuove esigenze funzionali – astratte nell’arte [b]1
. La colonna, rendendosi sostituta della parete, ne vanifica la funzione presentandosi da sola nella sua bellezza statica ma, al tempo stesso, oggetto a se stante, frammento di un tutto, sineddoche di un edificio linguistico assente.

2) Trasfigurazioni
Cecchini certifica una nuova aspirazione estetica dell’uomo che contempla il precipitato della modernità quale unica traccia della tecnica riscontrabile nell’arte. Continuando a voler spiegare il fenomeno artistico dopo la fase industriale Cecchini sembra negare schemi di interpretazione psicologica presi in prestito dal passato. L’uomo meccanico, artistico, sociale tecnico può essere concepito ancora come l’uomo moderno in assoluto ma, specialmente oggi, dobbiamo valutare la possibilità di muoversi al di la di un desiderio di espansione e di efficienza, in una dimensione prettamente speculativa.

3) Cose mai viste
Le architetture di vetro di Paul Scheerart hanno aperto la possibilità di teorizzare uno spazio dove le pareti siano invisibili la trasparenza delle strutture inaugura l’invisibilità della struttura stessa che diventa appannaggio della costruzione mentale, un’idea. Tra le cose mai viste ci sono tutti i progetti, i disegni, che sebbene siano in realtà visibili non lo sono né mai lo saranno se non nel loro aspetto ideale, nella loro natura di suggerimento intellettuale.

3) Cose intraviste
La distorsione della pellicola O. L. F. fa della visione del mondo un caleidoscopio di informazioni una misura traversa di luoghi e di spazi di cui si percepisce solamente una sagoma, di cui si intravede la forma. In un continuo movimento tra io e mondo si intravede anche la certezza della realtà, per cui è a volte più interessante mediare questo rapporto con un filtro che ci protegge e ci corregge la sfacciata evidenza del mondo.

4) Zone d’isolamento
Luoghi progettati da Loris Cecchini.
Sonar, Colle Val D’Elsa.
Monologue Patterns (reading books in the park), Gallarate, Galleria Civica.
BBBreathless, 49 Biennale di Venezia
Destiny Specrum Zone 02, Galleria Continua.
Monologue Patterns, Palais de Tokyo, Paris.
Blaublobbing, Torino, Pal Bricherasio.
Monologue Patterns (crisalide), 51 Biennale di Venezia.

1 Georg Wilhelm Friederich Hegel, Volesungen über die Ästhetik, vol. II, Pp. 337 - 340